
da Repubblica.it:
Sul caso di Emanuela Orlandi la responsabilità della Banda della Magliana appare chiara e si può dire che la pista dei Lupi grigi stia venendo meno. I nazionalisti turchi sono stati usati dalla Stasi in diversi comunicati con un intento di depistaggio. Ma il loro coinvolgimento nell'attentato a Wojtyla resta, e bisogna ancora indagare, e forse a lungo, per arrivare finalmente a scoprire i mandanti". Per molti anni il giudice Rosario Priore si è occupato dell'attentato a Giovanni Paolo II, così come ha sempre seguito da vicino il caso di Emanuela Orlandi. Dopo le recenti novità emerse nell'inchiesta sulla ragazzina scomparsa a Roma 26 anni fa, il magistrato di tante indagini scottanti sembra essersi fatto un'idea precisa dei contorni della vicenda. Ne ha parlato con Repubblica.it.
Giudice Priore, lei pensa che le recenti rivelazioni fatte da Sabrina Minardi, la donna del boss della Magliana, Renato De Pedis, possano avvicinarci a una soluzione del caso?
"Non so quanto stia accadendo all'interno dell'inchiesta in corso. So solo che gli inquirenti attuali sono serissimi e usi alla massima riservatezza. Lasciamoli lavorare, senza arrovellarci sui passi dell'indagine e fare nuovamente supposizioni devianti. I risultati non mancheranno". Ma con l'individuazione del telefonista Mario la pista della Banda della Magliana è ormai certa? "Una cosa soltanto c'è da dire: che nel fatto ci fosse lo zampino ( e oggi si rileva che si tratta di una zampa assassina ) della Banda della Magliana, questo risultava da un pezzo. Così come si sapeva delle telefonate, dalle prime, quelle di Mario appunto, a quelle dell'apparente monsignore americano. Telefonate che avevano già a prima vista finalità di mediazione e d'inquinamento. Possibile mai che ai tanti istruttori e non, profondi conoscitori della Magliana, non emergesse alcun personaggio che poteva nascondere il sedicente Mario - anche lavorando sulla sua voce e le sue inflessioni dialettali - e solo oggi dall'83 si stanno forse facendo dei passi risolutivi sulla sua identificazione?".
Perché dunque la Banda della Magliana si occupò di Emanuela? "L'entità della Banda era piuttosto complessa, ben diversa da come appare nell'immaginario collettivo. Non una semplice banda di quartiere, con personaggi di basso rilievo, quasi rozzi, violentissimi, che spesso si massacravano per spirito di guasconeria. Sicuramente è stato anche così, ma vi erano tra di loro anche cervelli con fini precisi, che perseguivano fermamente e con durezza. Tra gli altri scopi, c'era principalmente quello di accumulare ricchezza, che a sua volta con pratiche usurarie produceva ulteriore ricchezza. E quindi un misto tra vecchia Roma del dopoguerra e generone dei tempi in cui cominciavano a circolare danaro, belle donne e frequentazioni bene".
Ma Emanuela era solo una ragazzina... "Sto arrivando al punto. E' sempre esistita presso la Banda l'esigenza di "lavare" quel danaro accumulato, di provenienza delittuosa. Esigenza che si era rafforzata al tempo dei contatti con le organizzazioni meridionali, che avevano nelle proprie casse danaro proveniente dalle fonti più disparate, ma tutte di natura criminosa. A Roma, più che nelle zone di origine, si diceva che si trovassero, al di qua e al di là del Tevere, degli sportelli benevoli. Era quella centralità dei romani, già emersa in altre indagini. Romani che perciò svolgevano vere e proprie funzioni di banca: accumulo di contante, lavaggio, reimpiego con tassi, considerati i rischi delle operazioni, usurari".
Da qui l'ipotesi di un ricatto della Banda al Vaticano per soldi prestati: soldi utili - probabilmente fra i 15 e i 20 miliardi di lire - alla causa di Solidarnosc, lei sostiene? "Qui a Roma alla fine degli Anni '70 c'era quel forte bisogno di capitali da usare, come più volte s'è detto, senza mai alcuna smentita, alla causa " polacca" , alimentata persino con fondi dei sindacati americani. La Banda della Magliana, che non ha mai perso le sue origini di associazione di usurai, non donava ma dava in prestito. E quindi voleva rientrare nei suoi crediti. Non poteva agire dinanzi a tribunali; doveva impiegare altri mezzi, altri mezzi di pressione. E quale altro mezzo di sicura efficacia che quello - operazione che non poneva alcun problema a quella organizzazione efferata - che quello del sequestro di una fanciulla giovanissima - appena quindicenne - legata a colui che appariva il destinatario ultimo del danaro prestato, per via della cittadinanza".
Cioè il Papa? "Certo. Una cittadinanza acquisita peraltro da brevissimo tempo, come erano venuti a conoscenza per strade imperscrutabili i sequestratori, che così mostravano di non essere isolati e rozzi, come erano stati disegnati da alcuni media".
Un ricatto dunque esercitato in maniera potente? "Sicuro. A tal punto forte ed efficace era la pressione che presso la Segreteria di Stato era stata installata una linea telefonica deputata ai contatti con i sequestratori. Linea telefonica che però avrebbe funzionato solo quando il Pubblico Ministero dell'inchiesta italiana lasciava la postazione, dimostrando così che le mosse del magistrato erano ben seguite e da vicino. Pressione a tal punto forte ed efficace che determinò in breve tempo non poche prese di posizione e appelli dello stesso Pontefice". Viene dunque meno l'ipotesi di un coinvolgimento dei Lupi grigi turchi, ipotesi costruita a tavolino dalla Stasi, i servizi segreti tedesco orientali? "Su quella pista si sono intromessi in molti, senza avere alcuna parte in causa. Pista che fu aperta - devo affermarlo, rischio di apparire immodesto - da me, che per primo mi recai a bussare alla porta della Gauck Organisation, e ad avere l'accesso a quello che per anni era stato il prestigioso servizio della DDR, e ai suoi archivi. E lì si rinvennero quelle carte che furono a tal punto ritenute preziose, da essere state richieste e inviate dalla commissione Mitrokhin. Nell'ambito di quell'inchiesta fu interrogato, dal Procuratore Capo di Berlino, Guenter Bohnsack, il colonello addetto al Dipartimento della disinformazione. Non si riesce a capire, certo, che cosa possa aver detto o possano avere inteso altri interlocutori in colloqui privati, non verbalizzati ( come è ovvio ) tenutisi in pubblici locali".
Lei incontrò anche Markus Wolf, il mitico "uomo senza volto" della Stasi, maestro di spionaggio: le disse qualcosa sul caso di Emanuela? "Wolf non rispose a Berlino, perché imputato in processi della Germania federale che riguardavano le sue attività nella Germania democratica. Ma accertò di rispondere a mie domande a Roma, al di fuori della giurisdizione tedesca, alla presenza dell'ammiraglio Fulvio Martini, capo dei servizi italiani, e di alcuni giornalisti".
E che cosa venne fuori? "Questi due personaggi, Bohnsack e Wolf, non fecero alcun cenno a quello che invece risulta in alcuni libri, che potrebbero apparire di fantasia, sempre che non si voglia metterne in luce altra natura, quella di essere inquinanti su queste vicende di sommo peso per la ricostruzione di eventi sicuramente di rilevante rilievo storico".
Sfuma dunque l'ipotesi che i Lupi grigi abbiano qualcosa a che fare con il caso Orlandi, nonostante Ali Agca, l'attentatore del Papa, avesse più volte sostenuto che la ragazza fosse viva. Ma le innegabili responsabilità dei nazionalisti turchi nell'attentato a piazza San Pietro possono portare finalmente a scoprire i mandanti di quest'altra vicenda? "Dall'inchiesta relativa all'attentato risultava chiaro che gli esecutori materiali dell'azione e quelli che stavano alle loro spalle, in Austria, fossero i Lupi grigi. Le prove per affermarlo erano sufficienti. Ma da chi ricevettero il mandato, su questo non ci sono prove, e occorre ancora indagare e forse a lungo".
Tali riflessioni, sicramente da tenere in considerazione, devono mettersi a confronto, però, anche con la superteste di questo caso, Sabrina Minardi. Gli inquirenti iniziano a dare attandebilità delle sue dichiarazioni. E allora, se la Minardi dice cose sensate e provate, non si può non aprire un altro spiraglio di verità su altre notizie, uscite sulla stampa in queste ore, e che riportano questa agghiacciante storia (fonte Unità e Messaggero):
«Marcikus venne a trovare la Orlandi nella casa di Torvajanica. Io sentii le urla di Emanuela ma De Pedis mi disse di farmi gli affari miei...». Sabrina Minardi torna ad accusare l’alto prelato, ex presidente dello Ior, e rivela anche un’altra delle prigioni dove la ragazza rapita il 23 giugno del 1983 nel centro di Roma venne tenuta segregata: una casa al mare, la stessa dove venne poi uccisa, chiusa in un sacco e gettata in una betoniera. Un racconto drammatico che conferma ancora una volta la tesi della donna secondo la quale Emanuela sarebbe stata sequestrata per ragioni sessuali. La Minardi ha raccontato tutto in una intervista a Rai News 24. «Io stessa insieme a De Pedis e Sergio portai la ragazza nella casa al mare. Doveva restare solo un giorno ma è rimasta 15 notti assistita da una zia di De Pedis, Adelaide». L’ex donna di De Pedis che nei giorni scorsi è stata nuovamente ascoltata dalla Procura dice anche di aver sentito la voce di tale Mario, l’uomo che chiamò a casa Orlandi. «L'ho riconosciuto - ha spiegato - : ha la mia età, era ricco di famiglia. Un grande amico di Renatino, sono certa della sua identità». Non è la prima volta che la supertestimone chiama in causa monsignor Marcinkus. Già nella prima deposizione la donna aveva raccontato di aver portato più volte alcune ragazze in un appartamento di via di Porta Angelica dove erano messe a disposizione del prelato. Ha poi raccontato di aver accompagnato lei stessa Emanuela ad un appuntamento in Vaticano e che proprio in quell’occasione, vedendo questa ragazza un po’ su di giri, le aveva domandato il nome e lei, candidamente, aveva risposto Emanuela. Sabrina Minardi ha mantenuto per anni questo segreto. Perché così le aveva detto di fare il suo uomo Renatino De Pedis («Se dimentichi quello che hai visto non ti succederà nulla»), sia per le minacce di incolumità alla figlia. Per trent’anni ha tenuto nascosto di sapere dove era segregata la ragazza. E anche quella frase pronunciata da Renatino che due anni fa ha troncato ogni speranza della famiglia: «Vedi quei due sacchi neri? Dentro c’è Emanuela». La Procura le crede? Sembra proprio di sì. Soprattutto adesso che alcune incongruenze, date confuse, fatti che non riusciva a collocare bene nel tempo, sono scomparsi. Sabrina Minardi ha riconosciuto il fantomatico Mario e il riconoscimento ha avuto un riscontro. I magistrati sono riusciti ad ricostruire l’identità di tre sequestratori di Emanuela Orlandi. Uno di loro è il biondino che fece salire Emanuela nella Bmw grigia parcheggiata davanti al Senato. Un gregario della banda della Magliana, non un personaggio di primissimo piano, ma uno che conosceva bene Enrico De Pedis «Renatino», e i suoi segreti. Il suo curriculum racconta di rapine, estorsioni, ma mai di condanne per omicidi tant'è che ora è libero. Sarebbe questo l'identikit del telefonista che spiegò di chiamarsi Mario e che chiamò a casa di Emanuela Orlandi il 28 giugno del 1983, sei giorni dopo la scomparsa della figlia quindicenne del postino personale di papa Wojtyla, commesso della segreteria vaticana".
La tesi del ricatto al Vaticano è sicuramente praticabile e prestare attenzione alle parole di uomo del calibro di Priore è fondamentale. E' altrettanto vero, allo stesso tempo, che gli intrecci tra Banda della Magliana e Vaticano, anche nel caso fossero ridotti al prestito per la causa di Solidarnosc (gli esponenti della Banda della Magliana erano anticomunisti) e alle sue conseguenze, sono da ritenersi inquietanti a prescindere. Crediamo sia giunto il momento di lottare affinchè la verità venga alla luce. Anche se "scomoda".












