lunedì 23 novembre 2009

Caso Orlandi: Il Vaticano, la Banda della Magliana e Solidarnosc.


da Repubblica.it:


Sul caso di Emanuela Orlandi la responsabilità della Banda della Magliana appare chiara e si può dire che la pista dei Lupi grigi stia venendo meno. I nazionalisti turchi sono stati usati dalla Stasi in diversi comunicati con un intento di depistaggio. Ma il loro coinvolgimento nell'attentato a Wojtyla resta, e bisogna ancora indagare, e forse a lungo, per arrivare finalmente a scoprire i mandanti". Per molti anni il giudice Rosario Priore si è occupato dell'attentato a Giovanni Paolo II, così come ha sempre seguito da vicino il caso di Emanuela Orlandi. Dopo le recenti novità emerse nell'inchiesta sulla ragazzina scomparsa a Roma 26 anni fa, il magistrato di tante indagini scottanti sembra essersi fatto un'idea precisa dei contorni della vicenda. Ne ha parlato con Repubblica.it.


Giudice Priore, lei pensa che le recenti rivelazioni fatte da Sabrina Minardi, la donna del boss della Magliana, Renato De Pedis, possano avvicinarci a una soluzione del caso?


"Non so quanto stia accadendo all'interno dell'inchiesta in corso. So solo che gli inquirenti attuali sono serissimi e usi alla massima riservatezza. Lasciamoli lavorare, senza arrovellarci sui passi dell'indagine e fare nuovamente supposizioni devianti. I risultati non mancheranno". Ma con l'individuazione del telefonista Mario la pista della Banda della Magliana è ormai certa? "Una cosa soltanto c'è da dire: che nel fatto ci fosse lo zampino ( e oggi si rileva che si tratta di una zampa assassina ) della Banda della Magliana, questo risultava da un pezzo. Così come si sapeva delle telefonate, dalle prime, quelle di Mario appunto, a quelle dell'apparente monsignore americano. Telefonate che avevano già a prima vista finalità di mediazione e d'inquinamento. Possibile mai che ai tanti istruttori e non, profondi conoscitori della Magliana, non emergesse alcun personaggio che poteva nascondere il sedicente Mario - anche lavorando sulla sua voce e le sue inflessioni dialettali - e solo oggi dall'83 si stanno forse facendo dei passi risolutivi sulla sua identificazione?".

Perché dunque la Banda della Magliana si occupò di Emanuela? "L'entità della Banda era piuttosto complessa, ben diversa da come appare nell'immaginario collettivo. Non una semplice banda di quartiere, con personaggi di basso rilievo, quasi rozzi, violentissimi, che spesso si massacravano per spirito di guasconeria. Sicuramente è stato anche così, ma vi erano tra di loro anche cervelli con fini precisi, che perseguivano fermamente e con durezza. Tra gli altri scopi, c'era principalmente quello di accumulare ricchezza, che a sua volta con pratiche usurarie produceva ulteriore ricchezza. E quindi un misto tra vecchia Roma del dopoguerra e generone dei tempi in cui cominciavano a circolare danaro, belle donne e frequentazioni bene".

Ma Emanuela era solo una ragazzina... "Sto arrivando al punto. E' sempre esistita presso la Banda l'esigenza di "lavare" quel danaro accumulato, di provenienza delittuosa. Esigenza che si era rafforzata al tempo dei contatti con le organizzazioni meridionali, che avevano nelle proprie casse danaro proveniente dalle fonti più disparate, ma tutte di natura criminosa. A Roma, più che nelle zone di origine, si diceva che si trovassero, al di qua e al di là del Tevere, degli sportelli benevoli. Era quella centralità dei romani, già emersa in altre indagini. Romani che perciò svolgevano vere e proprie funzioni di banca: accumulo di contante, lavaggio, reimpiego con tassi, considerati i rischi delle operazioni, usurari".

Da qui l'ipotesi di un ricatto della Banda al Vaticano per soldi prestati: soldi utili - probabilmente fra i 15 e i 20 miliardi di lire - alla causa di Solidarnosc, lei sostiene? "Qui a Roma alla fine degli Anni '70 c'era quel forte bisogno di capitali da usare, come più volte s'è detto, senza mai alcuna smentita, alla causa " polacca" , alimentata persino con fondi dei sindacati americani. La Banda della Magliana, che non ha mai perso le sue origini di associazione di usurai, non donava ma dava in prestito. E quindi voleva rientrare nei suoi crediti. Non poteva agire dinanzi a tribunali; doveva impiegare altri mezzi, altri mezzi di pressione. E quale altro mezzo di sicura efficacia che quello - operazione che non poneva alcun problema a quella organizzazione efferata - che quello del sequestro di una fanciulla giovanissima - appena quindicenne - legata a colui che appariva il destinatario ultimo del danaro prestato, per via della cittadinanza".


Cioè il Papa? "Certo. Una cittadinanza acquisita peraltro da brevissimo tempo, come erano venuti a conoscenza per strade imperscrutabili i sequestratori, che così mostravano di non essere isolati e rozzi, come erano stati disegnati da alcuni media".

Un ricatto dunque esercitato in maniera potente? "Sicuro. A tal punto forte ed efficace era la pressione che presso la Segreteria di Stato era stata installata una linea telefonica deputata ai contatti con i sequestratori. Linea telefonica che però avrebbe funzionato solo quando il Pubblico Ministero dell'inchiesta italiana lasciava la postazione, dimostrando così che le mosse del magistrato erano ben seguite e da vicino. Pressione a tal punto forte ed efficace che determinò in breve tempo non poche prese di posizione e appelli dello stesso Pontefice". Viene dunque meno l'ipotesi di un coinvolgimento dei Lupi grigi turchi, ipotesi costruita a tavolino dalla Stasi, i servizi segreti tedesco orientali? "Su quella pista si sono intromessi in molti, senza avere alcuna parte in causa. Pista che fu aperta - devo affermarlo, rischio di apparire immodesto - da me, che per primo mi recai a bussare alla porta della Gauck Organisation, e ad avere l'accesso a quello che per anni era stato il prestigioso servizio della DDR, e ai suoi archivi. E lì si rinvennero quelle carte che furono a tal punto ritenute preziose, da essere state richieste e inviate dalla commissione Mitrokhin. Nell'ambito di quell'inchiesta fu interrogato, dal Procuratore Capo di Berlino, Guenter Bohnsack, il colonello addetto al Dipartimento della disinformazione. Non si riesce a capire, certo, che cosa possa aver detto o possano avere inteso altri interlocutori in colloqui privati, non verbalizzati ( come è ovvio ) tenutisi in pubblici locali".

Lei incontrò anche Markus Wolf, il mitico "uomo senza volto" della Stasi, maestro di spionaggio: le disse qualcosa sul caso di Emanuela? "Wolf non rispose a Berlino, perché imputato in processi della Germania federale che riguardavano le sue attività nella Germania democratica. Ma accertò di rispondere a mie domande a Roma, al di fuori della giurisdizione tedesca, alla presenza dell'ammiraglio Fulvio Martini, capo dei servizi italiani, e di alcuni giornalisti".

E che cosa venne fuori? "Questi due personaggi, Bohnsack e Wolf, non fecero alcun cenno a quello che invece risulta in alcuni libri, che potrebbero apparire di fantasia, sempre che non si voglia metterne in luce altra natura, quella di essere inquinanti su queste vicende di sommo peso per la ricostruzione di eventi sicuramente di rilevante rilievo storico".

Sfuma dunque l'ipotesi che i Lupi grigi abbiano qualcosa a che fare con il caso Orlandi, nonostante Ali Agca, l'attentatore del Papa, avesse più volte sostenuto che la ragazza fosse viva. Ma le innegabili responsabilità dei nazionalisti turchi nell'attentato a piazza San Pietro possono portare finalmente a scoprire i mandanti di quest'altra vicenda? "Dall'inchiesta relativa all'attentato risultava chiaro che gli esecutori materiali dell'azione e quelli che stavano alle loro spalle, in Austria, fossero i Lupi grigi. Le prove per affermarlo erano sufficienti. Ma da chi ricevettero il mandato, su questo non ci sono prove, e occorre ancora indagare e forse a lungo".

Tali riflessioni, sicramente da tenere in considerazione, devono mettersi a confronto, però, anche con la superteste di questo caso, Sabrina Minardi. Gli inquirenti iniziano a dare attandebilità delle sue dichiarazioni. E allora, se la Minardi dice cose sensate e provate, non si può non aprire un altro spiraglio di verità su altre notizie, uscite sulla stampa in queste ore, e che riportano questa agghiacciante storia (fonte Unità e Messaggero):


«Marcikus venne a trovare la Orlandi nella casa di Torvajanica. Io sentii le urla di Emanuela ma De Pedis mi disse di farmi gli affari miei...». Sabrina Minardi torna ad accusare l’alto prelato, ex presidente dello Ior, e rivela anche un’altra delle prigioni dove la ragazza rapita il 23 giugno del 1983 nel centro di Roma venne tenuta segregata: una casa al mare, la stessa dove venne poi uccisa, chiusa in un sacco e gettata in una betoniera. Un racconto drammatico che conferma ancora una volta la tesi della donna secondo la quale Emanuela sarebbe stata sequestrata per ragioni sessuali. La Minardi ha raccontato tutto in una intervista a Rai News 24. «Io stessa insieme a De Pedis e Sergio portai la ragazza nella casa al mare. Doveva restare solo un giorno ma è rimasta 15 notti assistita da una zia di De Pedis, Adelaide». L’ex donna di De Pedis che nei giorni scorsi è stata nuovamente ascoltata dalla Procura dice anche di aver sentito la voce di tale Mario, l’uomo che chiamò a casa Orlandi. «L'ho riconosciuto - ha spiegato - : ha la mia età, era ricco di famiglia. Un grande amico di Renatino, sono certa della sua identità». Non è la prima volta che la supertestimone chiama in causa monsignor Marcinkus. Già nella prima deposizione la donna aveva raccontato di aver portato più volte alcune ragazze in un appartamento di via di Porta Angelica dove erano messe a disposizione del prelato. Ha poi raccontato di aver accompagnato lei stessa Emanuela ad un appuntamento in Vaticano e che proprio in quell’occasione, vedendo questa ragazza un po’ su di giri, le aveva domandato il nome e lei, candidamente, aveva risposto Emanuela. Sabrina Minardi ha mantenuto per anni questo segreto. Perché così le aveva detto di fare il suo uomo Renatino De Pedis («Se dimentichi quello che hai visto non ti succederà nulla»), sia per le minacce di incolumità alla figlia. Per trent’anni ha tenuto nascosto di sapere dove era segregata la ragazza. E anche quella frase pronunciata da Renatino che due anni fa ha troncato ogni speranza della famiglia: «Vedi quei due sacchi neri? Dentro c’è Emanuela». La Procura le crede? Sembra proprio di sì. Soprattutto adesso che alcune incongruenze, date confuse, fatti che non riusciva a collocare bene nel tempo, sono scomparsi. Sabrina Minardi ha riconosciuto il fantomatico Mario e il riconoscimento ha avuto un riscontro. I magistrati sono riusciti ad ricostruire l’identità di tre sequestratori di Emanuela Orlandi. Uno di loro è il biondino che fece salire Emanuela nella Bmw grigia parcheggiata davanti al Senato. Un gregario della banda della Magliana, non un personaggio di primissimo piano, ma uno che conosceva bene Enrico De Pedis «Renatino», e i suoi segreti. Il suo curriculum racconta di rapine, estorsioni, ma mai di condanne per omicidi tant'è che ora è libero. Sarebbe questo l'identikit del telefonista che spiegò di chiamarsi Mario e che chiamò a casa di Emanuela Orlandi il 28 giugno del 1983, sei giorni dopo la scomparsa della figlia quindicenne del postino personale di papa Wojtyla, commesso della segreteria vaticana".

La tesi del ricatto al Vaticano è sicuramente praticabile e prestare attenzione alle parole di uomo del calibro di Priore è fondamentale. E' altrettanto vero, allo stesso tempo, che gli intrecci tra Banda della Magliana e Vaticano, anche nel caso fossero ridotti al prestito per la causa di Solidarnosc (gli esponenti della Banda della Magliana erano anticomunisti) e alle sue conseguenze, sono da ritenersi inquietanti a prescindere. Crediamo sia giunto il momento di lottare affinchè la verità venga alla luce. Anche se "scomoda".

venerdì 20 novembre 2009

Io so...




martedì 17 novembre 2009

Vertice Fao: una vergogna senza limiti.

L’assenza degli Stati più importanti del mondo al vertice Fao è una delle più gravi sconfitte dell'umanità. Affrontare la questione della fame e della malnutrizione sembra essere ancora un ostacolo invalicabile. Ogni giorno 17mila bambini e nessuno fa niente. Questo lo avevamo capito prima. Ora ne abbiamo la certezza. Dove stavano Barak Obama, Nicolas Sarkozy, Angela Merkel o Gordon Brown? Si ritrovano per fare festa nell'anniversario caduta del Muro di Berlino e si dividono quando si deve decidere come aiutare i paesi poveri? E' normale che in un contesto così delicato Gheddafi abbia cercato di convertire 200 ragazze italiane con una lezione sulla superiorità dell’Islam e sul ruolo delle donne nel mondo arabo (sembra pagandole 50 euro a testa!)? Un miliardo di persone vive in condizioni di sottoalimentazione e in grandi del mondo si ricurvano sui loro problemi interni o su interessi economici più comodi (vedi Cina...). Benedetto XVI, intervenuto all’incontro, ha detto che sarebbe possibile nutrire tutto il mondo se non si ricorresse alla deprecabile pratica di distruggere le derrate alimentari per finalità di tipo economico e commerciale dal momento che il cibo viene spesso considerato alla stregua di tutte le altre merci. Per Ratzinger bisogna affrontare il problema in una prospettiva di lungo periodo con investimenti nello sviluppo rurale, infrastrutture, trasporti e nella diffusione di tecniche agricole adeguate. Un discorso da leader planetario. Un discorso che avrebbero dovuto fare altri, oltre a lui. Un plauso a Lula, presidente brasiliano che che ha indicato nel suo modello interno un modo per sconfiggere la fame. Il leader sudamericano ha invitato incentivare programmi per l’agricoltura familiare e a regalare tecnologie all’Africa, affermando che la metà delle risorse che i leader mondiali hanno investito per salvare le banche, renderebbe possibile eliminare la fame in tutto il mondo. Al summit c'era anche Berlusconi. Avrà 100 difetti, ma almeno lui ha ricordato l’impegno del G8 dell’Aquila, chiedendo a ogni nazione di assumersi la responsabilità di realizzare le azioni necessarie alla riduzione del problema della fame nel mondo. Tra i principali obiettivi del futuro, ora, c'è quello di dimezzare la povertà entro il 2015. Tutto ciò senza indicare nessun nuovo impegno finanziario. Un capolavoro. Obama, dopo non aver ricevuto il Dalai Lama in passato, in Cina e ha raggiunto un accordo che in molti conisderano deleterio per l’intesa globale sul clima alla prossima conferenza di Copenaghen.
In questo mondo in cui ognuno tira l'acqua dalla sua parte non c'è più spazio per i poveri, gli affamati e gli emarginati. Sta a noi, a questo punto, cambiare le cose. Anche con dei piccoli gesti.
I popoli, e non i governi, possono cambiare la storia.

giovedì 12 novembre 2009

Perchè Saviano è di tutta la gente perbene.

Ieri sera, nell'edizione speciale della trasmissione "Che tempo che fa", su Raitre, abbiamo avuto l'ennesima conferma: Roberto Saviano, scrittore e intelletuale che sta rischiando in prima persona per il bene della legalità, è il miglior punto di riferimento ideale, attualmente, per tutte quelle persone perbene che hanno superato gli stereotipi ideologici, il bipartitismo attuale o la semplice faida di paesello che troppo spesso inquina il dibattito culturale in Italia. Ieri sera Saviano ha dimostrato che la sua battaglia non è di destra o di sinistra. E' semplicemente quella di un uomo libero. Secondo certi tromboni, ieri sera, sarebbe dovuto andare in onda, uno spettacolo "politicamente scorretto e di sinistra". E' avvenuta, invece, una cosa migliore: ha avuto luogo un evento rivoluzionario che ha messo la parola fine a chi ha voluto imporre a Saviano, fino ad oggi, un'etichetta. Non è un aso, infatti, che questa mattina autorevoli analisti vicini alla destra abbiano sperticato lodi al suo monologo a favore degli scrittori anticomunisti e anticastristi. Saviano ieri sera ha saputo semplicemente costruire una visione eroica della lotta per la legalità, dell’individuo che si stacca dall'omologazione e diventa esempio. Contro qualsiasi fattoria orwelliana, contro qualsiasi repressione. Antitotalitarista convinto, Saviano ci ha illustrato, con mente libera e pensante, la toria di Varlam Salamov e della sua terribile esistenza nei gulag, della Politkovskaya, di Nazim Hikmet e di Reinaldo Arenas, internato da Fidel Castro perché scrittore e omosessuale. Un pensiero civile, che oggi, a venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, è coraggiosamente avanti in un Italia che troppo spesso ancora, si divide sulla Guerra Civile del 1943-1945 e che troppo poco fa per abbattare le divisini interne e le idee, queste si, che producono miseria e vuoto perchè create nell'artificio e nella massificazione nei confronti del potere (che non è solo quello del governo, ma anche quello dei salotti e dei falsi maestri). Roberto Saviano è, e resta, un eroe dei nostri giorni, un uomo che con la sua voglia di portare avanti la cultura del bene salva e fortifica la speranza di milioni di italiani.

martedì 10 novembre 2009

Quel Muro cadde su tutti. Ora abbattiamo il nostro.

La caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre del 1989, è stato celebrato con le giuste proporzioni. Quell'evento contrassegnò infatti l'avvio dell'unificazione tedesca e la fine di un incubo europeo. Registrò, quella data, il fallimento del paradiso artificiale dell'Est, ma per riflesso enfatizzò l'ipnosi del paese dei balocchi, fondato sullo smarrimento del senso di appartenenza, della memoria e del senso del futuro. Il crollo del simbolo della vergogna cadde su tutto il panorama politico italiano. Pochi, ieri, lo hanno detto. Ma la fine della Prima Repubblica è iniziata quel giorno. Il Partito Comunista Italiano dovette rifarsi il look in breve tempo, la Dc e tutti i partiti anticomunisti persero immediatamente i confini della propria sfida, a cui si erano abituati e che quindi facevano anche comodo (paradossalmente). Tanto è vero che le scorie di quel giorno sono ancora presenti tra noi. La sinistra, dopo tutto, da quel colpo non si è più ripresa e dopo venti anni cerca ancora di trovare (tra una fondazione e una scissione) la sua identità. Berlusconi parla ancora dei comunisti come se fossero un popolo minaccioso e presente. Talvolta, per fortuna sempre più raramente, si accendono ancora dei focolai di tensione legati indissolubilmente a quel passato. Si è parlato, nelle tante analisi di queste ore, dell'inizio di «un’epoca carica di incertezza» riferendosi alla fine dei blocchi ideologici e dell’attesa di una rivoluzione liberale che ancora manca all’Europa. Crediamo, a tal proposito, che questa sia una visione poco interessante delle cose. Manca ancora, nella nostra nazione, parlando di questi eventi, la capacità di muovere lo sguardo verso i “muri” che esistono in Italia. Con un motivo in più: tra pochi mesi ci apprestiamo a festeggiare il 150° anniversario della sua Unità, un evento che nacque con troppe contradizioni e che edificò, giorno dopo giorno, i problemi legati alla costruzione dello stato nazionale. Troppe questioni, erditate da quei giorni eroici e benedetti, sono ancora irrisolte. Non è un caso che tra gli storici moderni la concezione di “unificazione incompiuta” è un fatto più che condiviso. Sarebbe bene parlarne.
La caduta del Muro di Berlino, per chi scrive in questo blog, fu un evento fenomenale. Essendo nato nel cuore degli anni settanta, l'Europa l'avevo conosciuta divisa. Quel 9 novembre del 1989 mi colse di sorpresa. Come colse di sorpresa il mondo intero. Fu un fatto meraviglioso vedere tante persone gioire e piangere, abbracciarsi e stringersi la mano. Come fratelli ritrovati. Fu la fine di un'epoca ideologica che aveva causato troppi morti e portato a troppe lacerazioni. Le idee, quando non sono fondate sulla libertà e sulla democrazia, prima o poi sono destinate a morire. Lo pensavamo tutti, al di là del contesto storico che vivevamo fino all'8 novembre. Tuttavia non potevamo farci nulla. E così, quando vidi i ragazzi di Berlino dell'Est e dell'Ovest battere con i picconi contro il cemento armato, pensai veramente che un domani migliore si potesse realizzare senza che arivassero i carri armati, senza che esistessero carceri speciali, torture, servizi segreti, Vopos. Mi resi conto, inoltre, che dall'altra parte, caduta la grande barriera, laddove si professavano credi ideologici ortodossi ed energici, non c'era proprio nulla. La DDR era uno stato che offriva pane, lavoro e case per tutti. Ma a un prezzo durissimo. Qualsiasi politica sociale, se imposta con la repressione e il terrore, non ha senso. E' la grande targedia delle dittature.

martedì 3 novembre 2009

La laicità non è vietare (Il crocifisso e l'Europa dei banchieri).


La "Corte europea dei diritti dell’uomo" ha sancito che un Cristo appeso sulla parete di un’aula scolastica costituisce «violazione alla libertà di religione degli alunni». I giudici di Strasburgo affermano inoltre che tale simbolo nega «la libertà dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni». Siamo di fronte a un esempio emblematico di come non dovrebbe essere interpretata la laicità. E' infatti inutile concentrarsi sulle sfide che ci offre la multietnicictà imponendo l’ateismo di stato. La laicità vera non è agnostica, ricolma di divieti, non nega la spiritualità dell’uomo, non fa la guerra alle religioni. Non funziona così. Uno Stato realmente laico, al contrario, difende il ruolo delle religioni e ne preserva la convivenza. La fede è anche storia e cultura. Noi tutti, al di là della proprie convinzioni, siamo cresciuti anche attraverso il contatto con gli altri e le loro idee sulla vita. E' il rapporto tra uomini che ci fortifica e ci offre un'identità da coltivare. Non è con una sentenza come quella di Strasburgo così si fanno crescere gli italiani che verranno (islamici, cattolici, ebrei, buddisti o chissà cos'altro).
Questa Europa è fatta sempre più da burocrati che cercano scorciatoie, evitando così le soluzioni. E' un'Europa che ci sta profondamente sulle scatole. Riteniamo opportuno affermare quindi, con una certa convinzione e una buona dose di provocazione, che anche il crocifisso, da oggi, è un simbolo di ribellione, così come tutte i valori esclusi dal potere politico ed economico del vecchio contienente: la comunità, le fedi religiose tutte, i poveri, la solidarietà, la distribuzione della ricchezza, il lavoro. Questa Europa sta combattendo una battaglia epocale contro questo patrimonio di idee. E' compito nostro denunciare questa repressione.

mercoledì 28 ottobre 2009

Amnesty International denuncia: palestinesi lasciati senza acqua.

Un rapporto di Amnesty International accusa Israele di non far accedere i palestinesi alla totalità delle risorse idriche comuni. Secondo Amnesty, gli israeliani consumano in media quattro volte più acqua dei palestinesi. Lo si vede in Cisgiordania, dove le piscine e i campi perfettamente irrigati dei coloni fanno da contraltare agli almeno 180mila palestinesi senza acqua corrente. Il ministro degli esteri israeliano smentisce e afferma che le risorse idriche sono equamente divise. Israele limita severamente l’accesso all’acqua nei territori palestinesi “mantenendo un controllo totale delle risorse comuni”, secondo quanto afferma un Rapporto di Amnesty International pubblicato il 27 ottobre. L’Organizzazione internazionale fa appello a Israele affinché “metta fine alle sue politiche discriminatorie e tolga immediatamente tutte le restrizioni imposte ai palestinesi”. “Israele lascia che i palestinesi accedano solo ad una parte delle risorse d’acqua comuni situate soprattutto nella Cisgiordania occupata, mentre le colonie illegali ne ricevono quantità praticamente illimitate”, scrive Amnesty.Secondo il Rapporto, gli israeliani consumano una quantità d’acqua quadrupla rispetto a quella che consumano i palestinesi. Questa “ineguaglianza” è ancora più evidente in certe regioni della Cisgiordania, dove i coloni utilizzano, a testa, quantità d’acqua venti volte superiori a quelle dei palestinesi delle località vicine, che sopravvivono con 20 litri d’acqua al giorno.Il Rapporto prosegue: “Piscine, prati ben rasati e vasti appezzamenti agricoli ben irrigati nelle colonie, contrastano con i vicini centri palestinesi, i cui abitanti devono combattere quotidianamente per assicurarsi l’acqua necessaria”. I palestinesi non sono autorizzati a scavare nuovi pozzi o a risistemare i vecchi senza le autorizzazioni israeliane. Amnesty valuta tra i 180.000 e i 200.000 i palestinesi che non hanno accesso all’acqua corrente in Cisgiordania, ma secondo il ministero degli Esteri israeliano Israele condivide in maniera equa l’acqua con i palestinesi.Nella Striscia di Gaza, l’offensiva israeliana dell’inverno scorso ha danneggiato le riserve d’acqua, i pozzi, le fogne e le stazioni di pompaggio: danni materiali che si aggiungono a quelli determinati dall’embargo di Israele e dell’Egitto. Il sistema di trattamento delle acque utilizzate è stato particolarmente toccato, perché Israele impedisce l’importazione di tubi e di altri materiali metallici con il pretesto che essi servirebbero a fabbricare dei razzi artigianali. (fonte:infopal)
D'accordo: in Italia ormai l'informazione è preda delle curiosità gossippare attorno a Berlusconi e Marrazzo. Ma queste notizie non devono e non possono rimanere nel dimenticatoio.

domenica 25 ottobre 2009

Obama come Mao: l'esagerazione al potere. (Due parole su Marrazzo).

Obama non ha ancora raggiunto il primo anniversario della sua vittoria elettorale e già è diventato un pezzo da museo. Esce in America la prima raccolta di arte figurativa centrata sulla figura del presidente, "Art for Obama". The Washington Post l'ha stroncata ferocemente. Affiora in quelle opere, infatti, "una inquietante vena di totalitarismo, non molto diversa dal fascismo d'altri tempi". Tra le opere più emblematiche c'è un "Barack che esce dalle acque". Un altro quadro della raccolta è "Obama che ipnotizza la folla". Il commento del Washington Post è spietato. "Una mancanza totale di originalità, lo stile è scopiazzato da tante scuole precedenti". Artisti conformisti e pronti a cavalcare l'ultima moda. Più ancora della mediocre creatività, è il timbro ideologico a irritare il grande quotidiano progressista: "La faccia del presidente appare qui con la stessa frequenza di quella del dittatore Assad per le strade di Damasco. La sua ripetizione diventa ossessiva, fino a fare paura". Non che il Wasgington sia il Vangelo (rimaniamo in tema...), ma questa volta ha preso in pieno il bersaglio. Al di là delle doti del politico, infatti, sarebbe meglio che qualcuno frenasse queste manifestazioni di consenso. Sono da regime. Su questo non ci sono dubbi.

Nota a margine: il caso Marrazzo:




Il Partito Democratico, in tutta la vicenda Marrazzo, ha dimostrato di incorrere in alcuni errori di valutazione che non dovrebbero appartenere al suo DNA: si è fatto condizionare dal momento; ha costretto praticamente l'ex Governatore a lasciare il suo mandato; si è vergognato palesemente del suo modo di fare e i suoi dirigenti hanno fatto a gara a chi scappava prima dall'impiccio; ha optato per una decisione, quella dell'autosospensione del Presidente, che risulta essere un altro errore politico e una via di fuga (palese) per organizzarsi al meglio in vista delle prossime regionali di marzo (dando così l'esempio del partito attaccato fino alla morte alle poltrone). Non è stato uno spettacolo edificante. Marrazzo ha sbagliato ad andare a trans con l'auto blu, ha sbagliato a dare due versioni diverse della vicenda nel giro di 24 ore, ha sbagliato a cercare di imbrogliare le carte dinnanzi all'evidenza dei fatti. Ma poteva difendersi e non è stato aiutato dal suo Partito, che, anzichè sbrigare la faccenda in poche confusionarie mosse, doveva tirare fuori gli attributi e confrontarsi (di argomenti, dopo i casi di questa estate, ne aveva a bizzeffe) con gli avvrsari. Nulla di tutto questo. Non ci si poteva aspettare altro da un movimento che non è stato capace, sino a oggi, di diventare alternativa di governo o vera opposizione.